Mina, una giovane tigre di 80 anni

Immensa, unica, voce immortale, la “Tigre di Cremona” spegne oggi 80 candeline.
di Enrico Daniele.    

È un compleanno speciale quello che festeggia oggi Mina Anna Maria Mazzini (Busto Arsizio 25 marzo 1940), considerata la più grande voce italiana di tutti i tempi. Speciale perché segna la sua seconda vita, dopo la prima, conclusasi con il ritiro dalle scene nel lontano 1978, a soli 38 anni.

Stanca della popolarità che la stava soffocando, per i tanti impegni che la vedevano protagonista in radio, televisione, nei locali più prestigiosi d’Italia e nel mondo, Mina decise di ritirarsi nell’agosto del 1978, lontana dai riflettori, dai giornalisti e paparazzi sempre alla ricerca di particolari piccanti della sua vita privata, scoop e flirt, il più delle volte inventati.

Ma non di smettere di cantare.

Mina agli esordi, quando si faceva chiamare “Baby Gate”

Nei successivi 42 anni, infatti, la “Tigre di Cremona” (appellativo che pare fu coniato per lei negli anni sessanta dall’amica giornalista e scrittrice Natalia Aspesi, sua conterranea) non ha mai smesso di regalare al suo pubblico la magnificenza della sua voce. Inconfondibile, dotata di una notevole estensione unita ad una formidabile capacità interpretativa, ha consentito a Mina di rimbalzare agevolmente e con straordinario successo tra i diversi generi musicali, spesso assai distanti tra loro.

Una carriera cominciata quasi per caso, nell’estate del 1958. Mina era in vacanza come ogni anno con la famiglia in Versilia e, sollecitata dagli amici, salì sul palco della mitica Bussola di Sergio Bernardini. Una prima volta che lasciò tutti sbalorditi, per primo lo stesso Bernardini che nelle serate a seguire faticherà a contenere l’irruenza artistica della “Mina urlatrice”, come verrà in seguito definita dalla stampa di allora assieme ad altri cantanti emergenti dell’epoca: Adriano Celentano, Little Tony, Giorgio Gaber, Betty Curtis.

Dalla Bussola in Versilia al successo televisivo di “Baby Gate” (il suo primo pseudonimo): un salto enorme, non per Mina, che debutta nientemeno a “Lascia o raddoppia” di Mike Buongiorno nel marzo del 1959 e successivamente invitata da Mario Riva nel popolarissimo spettacolo “Il musichiere”, dove ripropone “Nessuno”, il suo primo successo. Con lo stesso brano partecipa a “Canzonissima 1959” e riceve i primi riconoscimenti (“Juke Box d’oro” e “Microfono d’oro”) che le aprono la strada per gli anni sessanta, quando arriverà la sua definitiva consacrazione.

Il debutto al “Festival di Sanremo” nel 1960 e nel 1961 la cocente delusione per un inaspettato quarto posto segna anche la fine delle apparizioni di Mina al Teatro Ariston.

Tuttavia, per lei si aprono le porte dei palcoscenici internazionali: Spagna, Giappone, Venezuela, Francia, Austria, Argentina. Nel 1962 un sondaggio la ritiene la cantante del momento più pagata d’Europa.

Ma il successo ha un suo prezzo.

Lo “scandalo”: Mina con Corrado Pani, padre di Massimiliano

Infatti, dopo la nascita di Massimiliano nell’aprile del 1963, figlio avuto da una relazione con l’attore Corrado Pani (che era sposato con l’attrice Renata Monteduro), la stampa mette in atto un accanimento mediatico senza precedenti, alimentato dall’Italia bacchettona di quei tempi.

Uscita temporaneamente per lo scandalo dalle scene televisive, vi farà ritorno solo nel 1964 alla “Fiera dei Sogni”, cui seguiranno le indimenticabili conduzioni di “Studio Uno”. Celebre la puntata con Alberto Sordi dove l’attore romano (del quale si ricorda quest’anno i cento anni dalla nascita) si rivolgerà a Mina con una frase rimasta negli annali della tv: “Quanto sei bella… sei la più grande cantante del mondo. Sei grande grande grande…sei ‘na fagottata de roba”.

Alberto Sordi e Mina a Studio Uno (ph. RAI)

Nel 1968 un’affermatissima e popolarissima Mina conduce “Canzonissima” in coppia con Walter Chiari e Paolo Panelli. Vera regina del sabato sera, presenta in seguito “Teatro 10” (1972) e “Millelluci” (1974).

Gli anni settanta segnano per lei altri successi. Nel 1975 una delle pietre miliari nella storia musicale di Mina: esce la stupenda, scandalosa, “L’importante è finire”, e nell’estate del 1978 l’altrettanto scabrosa “Ancora ancora ancora”, pezzi entrambi scritti per lei da Cristiano Malgioglio. L’esibizione in tv di quest’ultima, sigla del programma Mille e una luce”, subisce la scure della censura, che ne limita i particolari sulla bocca di Mina, e di fatto segna il suo addio alla televisione.

Un’immagine di Mina degli anni ’70

Da lì a poco la sua ultima esibizione dal vivo, da dove era partita: il 23 agosto 1978 l’ultimo concerto al “Bussoladomani” in Versilia.

Per assurdo, scomparsa dalle scene, Mina ha continuato a far parlare di sé e, probabilmente, ad aumentare la sua popolarità anche in coloro che non hanno mai potuto apprezzarla dal vivo.

Enormi i successi, anche dopo il ritiro. Impossibili elencarli tutti, come impossibile ricordare i duetti con i più grandi cantanti ed interpreti italiani ed internazionali. Una enormità la vendita discografica costituita da più di 150 milioni di dischi, divisi in 72 album in studio, 3 dal vivo, 40 raccolte, 17 EP, 145 singoli, 6 album video e 5 colonne sonore.

Le uscite discografiche più recenti di Mina: gli album “Maeba” (2018), ”Mina Fossati” (2019) e il brano “Luna diamante” inserito nella colonna sonora del film “La dea fortuna” di Ferzan Özpetek.

Lucio Dalla, 4 marzo 1943

Una delle canzoni più amate del cantautore bolognese, scomparso il 1° marzo 2012
di Enrico Daniele

Oggi, Lucio Dalla avrebbe compiuto 77 anni. Infatti, lo straordinario ed eclettico cantautore era nato a Bologna il 4 marzo del 1943.
La sua morte improvvisa, per infarto, era avvenuta nella notte del 1° marzo 2012 a Montreux, cittadina Svizzera affacciata sul Lago di Ginevra, dove Dalla si era esibito la sera prima.

4 marzo 1943”, contrariamente a quanto si possa pensare, non è una canzone autobiografica. Scritta in collaborazione con Paola Pallottino (della paroliera romana altri famosi brani di Dalla: “Il gigante e la bambina”, “Il bambino di fumo”, “Un uomo come me” e “Anna Bellanna”) racconta la storia di una ragazza madre, rimasta incinta per un amore passeggero con un soldato alleato.

Prima dell’uscita al Festival di Sanremo del 1971, cantata anche dall’Equipe 84 e classificatasi terza, la canzone subì la pesante scure della censura sia nel titolo, inizialmente “Gesubambino”, che nel testo. Il brano, nella stesura originale, era stato presentato da Dalla nel dicembre del 1970 al Duse di Bologna, dove la frase “E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino” era invece “E anche adesso che bestemmio e bevo vino, per ladri e puttane sono Gesù Bambino”.

Sono molte le versioni della canzone.
All’estero è stata portata al successo da Maria Betania e Chico Buaque de Hollanda, nei paesi di lingua spagnola. Una versione fu cantata anche da Dalida e un’altra da Francesco De Gregori che la pubblicò col testo originale nell’album “Sotto il vulcano”.

4 marzo 1943” resta uno dei brani simbolo che, al pari dello zucchetto di lana e degli occhiali tondi, rappresentano l’icona caratteristica del grande e amato cantautore bolognese.

Il testo di “4 marzo 1943”:

Dice che era un bell’uomo e veniva, veniva dal mare
parlava un’altra lingua, però sapeva amare
e quel giorno lui prese a mia madre, sopra un bel prato
l’ora più dolce, prima d’essere ammazzato.

Così lei restò sola nella stanza, la stanza sul porto
con l’unico vestito, ogni giorno più corto
e benché non sapesse il nome e neppure il paese
mi aspettò come un dono d’amore, fino dal primo mese.

Compiva sedici anni, quel giorno la mia mamma
le strofe di taverna, le cantò a ninna nanna
e stringendomi al petto che sapeva, sapeva di mare
giocava a far la donna, col bambino da fasciare.

E forse fu per gioco, e forse per amore
che mi volle chiamare, come Nostro Signore
della sua breve vita il ricordo, il ricordo più grosso
è tutto in questo nome, che io mi porto addosso

e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino
per la gente del porto io sono, Gesù Bambino
e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino
per la gente del porto io sono, Gesù Bambino.

Tina Turner, 80 e non sentirli

Il compleanno della diva del pop-rock
di Enrico Daniele

Nata il 26 novembre del 1939 a Nutbush nel Tennessee, Tina Turner, al secolo Anna Mae Bulluck, è senz’altro una delle artiste più famose della scena musicale pop – rock internazionale. In attività sin dai primi anni sessanta, ha calcato assiduamente i palcoscenici di tutto il mondo sino al 2009, anno in cui ha deciso di ritirarsi dopo aver realizzato 20 album.

Nel 1976 la svolta nella sua vita personale ed artistica è segnata dalla fine del connubio con Ike Turner, partner violento dal quale erediterà solo il cognome d’arte. Dopo la separazione, una serie di insuccessi non piegano la volontà e la tenacia di Tina che ricomincia da zero e costruisce la sua rinascita verso la fine degli anni settanta, dopo l’incontro con il manager Roger Davies, passando dall’immagine di diva sexy a quella di star della musica. Inizia così l’attività internazionale al seguito di Rod Stewart, al quale apre i concerti e grazie a David Bowie ottiene un contratto con la Capitol Records, arrivando alla consacrazione internazionale nel 1984 con l’album Private Dancer.

La seconda metà degli anni ottanta è forse il periodo più fulgido della star, che arriverà ai vertici delle classifiche sia con la partecipazione a USA For Africa, il supergruppo che incise la canzone We Are The World i cui proventi saranno devoluti in beneficenza, ma anche con il tema portante del film Mad Max – Oltre la sfera del tuono di Mel Gibson, raggiungendo l’apice con il singolo The Best, forse il brano che più la identifica.

Negli anni novanta il successo arriva tramite il film autobiografico Tina – What’s Love Got to Do with It, dove canta la colonna sonora, e così sarà per Golden Eye, colonna sonora della diciassettesima avventura di James Bond.

Il ritiro dalle scene a fine 2009, non prima di festeggiare i suoi cinquant’anni di carriera con l’esibizione dal vivo nel Tina!: 50th Anniversary Tour.

Nel corso della sua carriera artistica ha collaborato duettando con Mick Jagger nel Live Aid, esibendosi in concerti con Bryan Adams, Rod Stewart, Elton John, David Bowie, Bono, Eric Clapton, Barry White e Mark Knopfler. In Italia è stata ospite fissa nello show del sabato sera di Rai 1 Luna Park, ospite al Festival di Sanremo e partner in duetti con Eros Ramazzotti ed Elisa.
Cittadina svizzera dal 2013 si è dichiarata buddista.

Esempio artistico per molti cantanti che si sono ispirati al suo modo di stare sulla scena, dove sofferenza, passione, tenacia e grande vocalità hanno reso intramontabile il mito vivente della Turner. Lei non appare più sulle scene, ma per lei parlano le sue canzoni, interpretate con la sua voce inconfondibile, la sua grinta, pietre miliari della musica pop-rock internazionale.

Mina duetta con Fossati

In uscita un inedito album scritto dal cantautore genovese
di Enrico Daniele

In comune, Mina e Ivano Fossati, oltre che essere due nomi noti della canzone italiana, hanno anche la prematura scelta di abbandonare le scene.

Poco propensi alla vita pubblica e mondana, ma entrambi con una notevole carriera artistica alle spalle, i due artisti ad un certo punto decidono di dire basta col palcoscenico. Come i Beatles, stanchi e “impauriti” dalle folle oceaniche che li inseguivano ai loro concerti ad ogni angolo del mondo.
Mina all’apice del successo, decise di farlo nel 1978, lasciando sbigottiti i tanti ammiratori. Fossati più avanti, nel 2011, probabilmente perché non si riconosceva più, come artista, nel modo di fare musica di oggi.

Stimolato dall’invito di Mina, il cantautore genovese non ha saputo rifiutare: “Ho smesso, ma a lei non potevo dire di no. Non cambio la mia decisione: niente dischi, niente concerti – chiosa Fossati – ma nessun musicista sano di mente avrebbe detto di no a Mina”.

Ecco allora che scrive gli undici brani per un nuovo album in uscita il 22 novembre per la Sony Music, intitolato MinaFossati, cantati in duetto con la più grande interprete italiana di tutti i tempi.
Qualche “contatto”, in verità, in passato tra i due c’era stato: Mina aveva interpretato alcuni brani di Fossati (Stasera sono qui, Non può morire un’idea, Matto, Cowboys e La casa del serpente); a sua volta il cantautore compariva, per un doveroso omaggio alla cantante, nel finale di “Notturno alle tre”, altro suo brano cantato da Mina.

E se di Mina tutti conosciamo l’infinito talento di interprete, di Fossati, dopo l’esordio sanremese nel 1972 con “Iesael” dei Delirium, in molti dimentichiamo i successi delle canzoni scritte per Patty Pravo (Pensiero stupendo), Anna Oxa (Dedicato, Non sono una signora), Loredana Bertè (Traslocando). A Mina era destinato “E non finisce mica il cielo” che invece divenne un must di Mia Martini con la quale Fossati visse anche una complicata storia sentimentale per essere poi definito, dalla brava e sfortunata cantante calabrese, il suo “amore più grande”.

Di Fossati sono le musiche di “Anime salve”, ultimo capolavoro di De André. Come solista il suo brano più noto resta sempre “La mia banda suona il rock”, ma molti altri ne ha scritti e cantati per un pubblico di nicchia, il suo, avulso dagli stilemi degli altri cantautori contemporanei all’artista.

Dopo i duetti con Celentano, ecco che Mina si ripresenta ai propri fans in coppia con Fossati per un’opera che unisce due voci tanto diverse quanto belle, unitamente ai testi di indubbia qualità.

La tracklist dell’album Mina Fossati
1. L’infinito di stelle
2. Farfalle
3. Ladro
4. Come volano le nuvole
5. La guerra fredda
6. Luna diamante
7. Tex-Mex
8. Amore della domenica
9. Meraviglioso è tutto qui
10. L’uomo perfetto
11. Niente meglio di noi due

Yesterday, una surreale storia d’amore e di musica

L’ennesimo omaggio ai Beatles…con sorpresa finale.
di Enrico Daniele

È uscito nelle sale italiane il 26 settembre Yesterday, commedia musicale surreale, ennesimo tributo ai Beatles, diretto dall’inglese Danny Boyle, regista Premio Oscar per “The Millionaire”, ed interpretato dall’ attore e musicista britannico di origine indiane Himesh Patel, nella parte del protagonista Jack Malik.

Commesso in un grande magazzino, Jack ha la passione per la musica e, stimolato dalla sua manager e amica d’infanzia (una graziosa Lily James – nel ruolo di Ellie Appleton, innamorata non corrisposta da Jack), si sforza di suonare nei pub di provincia, perlopiù davanti ai soliti quattro amici. All’uscita da un locale dopo l’ennesima sfortunata esibizione un improvviso, quanto improbabile, blackout spegne letteralmente il mondo intero per alcuni secondi, durante i quali Jack viene travolto in bicicletta da un autobus, ma fortunatamente si salva.

Uscito dall’ospedale, inspiegabilmente Jack pare essere l’unico al mondo a ricordare le canzoni dei Beatles. Pensa così di riscriverle e farle passare per sue, in una sorta di personale rivincita. Il fato, benevolo una prima volta per averlo salvato da morte sicura, gli riserva un’altra sorpresa. Casualmente, dopo una esibizione in una tv locale, nientemeno che Ed Sheeran (che interpreta se stesso nel film ed ha sempre trovato nei Beatles la maggior ispirazione per la sua musica) lo contatta invitandolo ad aprire un suo imminente concerto a Mosca.

Il successo è immediato al punto tale che sarà lo stesso Sheeran ad “inchinarsi” al talento cristallino di Jack.

Il film corre veloce e divertente sui brani dei Beatles (cantati e suonati veramente da Malik/Patel, scelto appunto per la sua capacità di interpretare con pathos e realismo i successi dei Fab Four), incrociando l’ascesa artistica di Jack – che diventa una star mondiale – con la definitiva rassegnazione di Ellie, che si fidanza con un altro.

Ma il colpo di scena è dietro l’angolo e arriva puntuale.

Dopo un mega concerto sul tetto di un hotel in riva al mare di Gorleston, davanti ad una sterminata folla di fan (palese il richiamo all’ultimo famoso concerto dei Beatles sul tetto della Apple Corps) due di loro entrano nel camerino di Jack e gli confessano di conoscere loro stessi i Beatles, ringraziandolo però per aver regalato al mondo le loro canzoni. I due si congedano consegnandogli un biglietto.

Nel frattempo, Sheeran con Debra Hammer (famelica produttrice interpretata da una cinica Kate McKinnon), organizzano per Jack il concerto della sua definitiva consacrazione artistica allo stadio Wembley al termine del quale, però, avviene il “crollo psicologico”. Infatti, Jack confessa a tutti la verità, tuttavia ottenendo il consenso inaspettato e l’applauso commosso dei fan.

Finalmente liberato dai vincoli di un successo, cercato in tutti i modi, ma che lo stava inesorabilmente ingabbiando in un mondo che non sentiva come suo, Jack si reca all’indirizzo indicato nel biglietto consegnatogli dai due fan di Gorleston ed incontra nientemeno che…

Come nelle migliori storie d’amore, il film chiude in bellezza. Jack finalmente si accorge del trasporto di Ellie, innamorata di lui sin dai tempi dell’infanzia. I due si concedono l’un l’altro ritornando poi alla loro vita normale. Lei ad insegnare matematica, lui a realizzare il suo vero sogno: insegnare musica ai bambini.

Con un budget stimato intorno ai 26 milioni di dollari, 10 dei quali per ottenere i diritti dalla Apple Records e Sony/ATV Music Publishing, il film distribuito dalla Universal Pictures era stato presentato in anteprima al Tribeca Film Festival nel maggio di quest’anno e in luglio al Taormina Film Fest.

Le riprese erano iniziate nell’aprile del 2018 ed originariamente, la parte di Ed Sheeran era stata offerta a Chris Martin – frontman dei Coldplay, che la rifiutò. Ringo Starr, preventivamente informato assieme a McCartney e alle vedove di Lennon ed Harrison, definì l’idea del film “adorabile”.

La critica si è espressa in maniera del tutto positiva ed il film è stato candidato al Peoples’s Choice Awards 2019 (premio statunitense assegnato dalle votazioni del pubblico al miglior film commedia) e al Saturn Award 2019 (che premia il miglior film fantasy). Positivi anche gli incassi al botteghino: agli inizi di settembre erano a quota 142,2 milioni di dollari nel mondo.

I 50 anni di Abbey Road

L’ultimo atto dei Beatles, che avevano ancora molto da dire.

di Enrico Daniele

Esce oggi per Apple Corps Ltd./Universal Music, in versione rimasterizzata e con molte tracce inedite, Abbey Road, l’ultimo capolavoro dei Beatles uscito nella versione originale il 26 settembre 1969.

L’album con la famosa copertina che ritrae i quattro di Liverpool attraversare la strada in fila indiana sulle strisce pedonali di Abbey Road, fuori dagli studi di registrazione della EMI Records, rimane forse il più bello dei Beatles, il penultimo in studio, ma l’ultimo registrato insieme da Lennon, McCartney, Harrison e Starr. Dopo l’uscita di Abbey Road, le strisce pedonali di quella strada sono diventate uno dei luoghi universalmente più fotografati, tutelati come un monumento storico e visitati ogni anno da migliaia di fan dei Beatles. Grazie al grande successo dell’album, gli studi della EMI vennero addirittura ribattezzati Abbey Road Studios, diventando lo studio di registrazione più famoso al mondo.

L’opera esce in molti formati (Box Super Delux, Delux Vinyl Box limited edition, Deluxe 2CD, 1CD 1 LP e una edizione limitata da 1LP Picture Disc con nei due lati raffigurata la storica cover di Abbey Road) e contiene il nuovo stereo mix, realizzato direttamente partendo dalle otto tracce dei nastri originali, mixati da Giles Martin (figlio di George, il produttore considerato a pieno titolo il “quinto Beatles”) e Sam Okell, che insieme hanno lavorato con un team di esperti ingegneri e specialisti del restauro del suono agli Abbey Road Studios.

All’epoca, era il 1969, i Beatles litigavano praticamente su tutto, facendo emergere rancori covati per anni, ma costretti per esigenze contrattuali a far uscire un album.

In queste condizioni, difficilmente qualcuno ci sarebbe riuscito. Non i Beatles, chiamati a raccolta da Paul McCartney che aveva in precedenza contattato George Martin. Insieme, messi da parte i vecchi rancori, sfornarono uno dei risultati migliori di sempre.

“Come Together” di John Lennon apre l’album dove l’impronta più forte è lasciata però da George Harrison con la meravigliosa “Something” e con “Here Come The Sun”. Ringo Starr mette il suo sigillo con “Octopus’s Garden”, un brano “italiano” scritto durante una vacanza solitaria in Sardegna. Tuttavia, è Paul McCartney a caratterizzare il lato B dell’album con un medley di 16 minuti, in una vera e propria “opera rock”. Il finale è un assolo di batteria di Ringo: quel “The End” con la sola semplice frase “And In The End, The Love You Take Is Equal To The Love You Make”

Una “anniversary edition” che non può mancare nella discoteca di tutti gli appassionati dei Beatles.

La tracklist di Abbey Road
Lato A
Come Together (Lennon-McCartney) – 4:20
Something (Harrison) – 3:03
Maxwell’s Silver Hammer (Lennon-McCartney) – 3:27
Oh! Darling (Lennon-McCartney) – 3:26
Octopus’s Garden (Starkey) – 2:51
I Want You (She’s So Heavy) (Lennon-McCartney) – 7:47

Lato B
Here Comes the Sun (Harrison) – 3:05
Because (Lennon-McCartney) – 2:45
You Never Give Me Your Money (Lennon-McCartney) – 4:02
Sun King (Lennon-McCartney) – 2:26
Mean Mr. Mustard (Lennon-McCartney) – 1:06
Polythene Pam (Lennon-McCartney) – 1:12
She Came In Through the Bathroom Window (Lennon-McCartney) – 1:57
Golden Slumbers (Lennon-McCartney) – 1:31
Carry That Weight (Lennon-McCartney) – 1:36
The End (Lennon-McCartney) – 2:19
Her Majesty (Ghost Track – Lennon-McCartney) – 0:23

Woodstock, nel 2019 compie 50 anni

Nel 2019 saranno 50 anni, mezzo secolo esatto, da quel 1969 quando tra il 15 ed il 18 agosto nell’area di Bethel, nei pressi della cittadina di Woodstock nello stato di New York, si tenne il più celebre concerto rock di tutti i tempi.

Ma la notizia vera è che ci potrebbe essere una Woodstock 2019. Così almeno si apprende dalle pagine del Corriere della Sera, secondo cui uno degli organizzatori che all’epoca aveva 25 anni, Michael Lang, starebbe lavorando ad una riedizione del festival che ha segnato un’intera generazione, contestatrice e dibattuta tra il sogno americano della conquista dello spazio e l’immane ed inutile disastro causato dalla guerra in Vietnam.

L’evento dovrebbe essere in programma per l’estate prossima più o meno negli stessi luoghi dove si svolse quello che, nelle intenzioni di Lang e dei suoi soci, doveva essere un festival di provincia, che invece assunse carattere straordinariamente mondiale.

Nelle librerie anche un volume, Woodstock Live-50 anni, edito da Mondadori e scritto da Julien Bitoun, scrittore-musicista francese, che descrive dettagliatamente quel fantastico fine settimana, raccontando artisti ed esibizioni, con dettagli e foto mai viste. La prefazione è proprio di Lang che, tuttavia, si rammarica perché oggi l’America sembra tornata indietro ed è come si avesse a che fare con le stesse storie di allora, come se non avessimo capito la lezione.

All’epoca salirono sul palco personaggi che erano già al top nella musica come Jimi Hendrix, Janis Joplin, The Who, Jefferson Airplane, Joan Baez o che lo sarebbero diventati da lì a poco, come ad esempio i Santana. Ma ci furono anche defezioni illustri come i Led Zeppelin, i Beatles con John Lennon, uno dei principali nomi tra i pacifisti. Mancarono Bob Dylan tra i tanti che offriva il panorama musicale di allora. Ma oggi, chi salirebbe sul palco?

Molto diverso il contesto attuale rispetto al 1969 e diverse le motivazioni che spingerebbero gli artisti ad esibirsi. Allora il rock era un motore che guidava il cambiamento, oggi non è più così. Ad ogni modo esistono alcuni sopravvissuti a quell’epoca che potrebbero dire la loro: Carlos Santana, Neil Young, Roger Daltrey e Pete Townshend, per citarne alcuni. Ma anche altri musicisti che allora erano assenti e che avrebbero oggi una buona ragione per dire la loro in un evento del genere, oltre alle nuove generazione e ci riferiamo, ad esempio, agli U2, Foo Fighters, Pearl Jam, Bruce Springsteen, Guns N’Rosis. Inevitabile, la contaminazione di vari generi, non solo rock quindi, con riferimento al metal e al grunge.

In conclusione, c’è da riflettere in merito al contesto e alle motivazioni che ispirarono il concerto di allora su quello che, invece, oggi potrebbe sembrare una mera operazione commerciale. La speranza è che comunque la manifestazione si realizzi e che artisti e pubblico possano rispettare i principi alla base del festival originario, ma anche perché l’evento sia foriero di nuovi stimoli ad un panorama musicale odierno che sembra avere bisogno della qualità che seppe esprimere quel Woodstock.

Michael Bublé si ritira dalle scene, in uscita l’ultimo album

Michael Bublé e la moglie, l’attrice argentina Luisiana Lopilato.

Michael Bublé torna ad incidere in studio. In uscita a novembre il nuovo album “Love”, anticipato dal singolo “Love you anymore” scritto da Charlie Puth.

Dopo il brutto periodo trascorso durante la malattia del figlio primogenito Noah, ora guarito, e la nascita della terza figlia Vida, il crooner canadese di origini italiane, a 43 anni si rimette in gioco con un disco che lui stesso definisce “perfetto”, ma sarà anche l’ultimo, secondo le indiscrezioni del Daily Mail’s Weekend che ha raccolto le confidenze del cantante. Troppo lo stress di affrontare il pubblico e la grande popolarità acquisita. Il peso di questi ultimi due anni ha inciso sul suo morale, tanto da fargli rimettere tutto in discussione e di accantonare la carriera per dedicarsi totalmente ala famiglia e agli affetti, come già aveva fatto la moglie, l’attrice argentina Luisiana Lopilato (con lui nella foto in basso)

Nel nuovo album il cantante rivede alcuni classici del repertorio americano a cui si aggiungono un duetto con la cantante francese Cécile McLorin Salvante con la quale interpreta la sua versione di “La vie en rose” e un inedito, scritto dallo stesso Bublé “Forever Now”.

L’album è stato prodotto da David Foster, Jochem van der Saag e dallo stesso Bublé che in carriera ha venduto oltre 60 milioni di dischi aggiudicandosi 4 Grammy Awards.

Inutile dire che i milioni di fans del cantante si augurano che la notizia del suo ritiro sia infondata.

(testi tratti da La Repubblica.it)

Se ne va Aretha Franklin. La Regina del Soul era malata da tempo

Aretha Franklyn agli inizi della sua strabiliante carriera (ph ABC News)

Le voci allarmanti dei giorni scorsi sull’aggravarsi del suo precario stato di salute avevano messo in apprensione i fans. Purtroppo, la brutta notizia della scomparsa a Detroit di Aretha Franklin è arrivata oggi ed ha fatto presto il giro del mondo.

Il cancro al pancreas, diagnosticato alcuni anni fa, non le ha dato scampo ed il mondo della canzone ora piange la Regina del Soul, autentica icona afro americana, dal carattere deciso come la sua voce.

Era nata a Memphis il 25 marzo del 1942, aveva iniziato la sua strabiliante carriera nel 1956 interrotta lo scorso anno a causa del male che la stava minando inesorabilmente.

Vincitrice di 21 Grammy Awards, prima donna ad entrare nella Rock and Roll Hall of Fame, Aretha era figlia di un predicatore battista che l’aveva indirizzata nel coro parrocchiale con le sorelle Carolyn ed Erma, dove mostrò la sua passione per il gospel.

Negli anni ’50 non riuscì ad entrare nella scuderia della Motown e si legò alla Columbia senza tuttavia potersi esprimere al meglio.

Un’immagine giovanile della Regina del Soul (ph USA Today)

Il successo arrivò nel 1967 quando, passata alla Atlantics Records, divenne The Queen Of Soul, diventando motivo di orgoglio per le minoranze etniche americane grazie anche all’interpretazione del brano di Otis Redding, Respect.

Dopo un periodo di scarso successo commerciale negli anni settanta, a causa dell’avvento della disco music, ritrovò l’attenzione del pubblico negli anni ’80 grazie alla partecipazione al cult movie The Blues Brothers quando la sua Think diventò un classico assoluto. Rimase al passo coi tempi anche negli anni ’90 cantando i rimi dell’ R&B e dell’hip hop.

La sua figura è considerata una delle più influenti della storia della musica, fonte d’ispirazione per molti artisti di fama mondiale (Anastacia, Beyoncé, Mary J. Blige, ma anche di Giorgia ed Elisa).

La sua paura di volare è stata una limitazione alle sue esibizioni che si svolgevano sempre nelle località a portata d’auto.

Tuttavia, ha avuto modo di cantare alla cerimonia d’insediamento del Presidente Barak Obama a Washington nel 2009 in diretta televisiva davanti a più di due milioni di persone.

L’ultima esibizione in pubblico nel novembre 2017 a New York al galà della fondazione di Elton John per la lotta all’Aids, per poi ritirarsi definitivamente dalle scene per le difficoltà causate dalla malattia, chiedendo al pubblico di aiutarla con le preghiere.

In carriera ha venduto 75 milioni di dischi in tutto il mondo e la sua voce ha interpretato le gioie, i dolori, gli amori e le difficoltà di tutti noi: ha cantato la nostra anima.

(testi tratti da Wikipedia, Corriere.it e La Repubblica.it)

The BigBeat replica il successo anche all’Arena di Montemerlo

Ivo Zorzi ed il cast al completo ai saluti finali (ph Johnny Rosato)

Ha riscosso notevoli consensi di pubblico e critica The BigBeat, l’opera musical-teatrale ideata da Ivo Zorzi e scritta a quattro mani col regista Francesco Boschiero, andata in scena sabato 28 luglio all’Arena di Montemerlo.

Era grande l’attesa per quella che è stata la sesta replica dello spettacolo. Tante le migliorie, rispetto alle precedenti rappresentazioni, a cominciare dall’innesto dei quattro coristi che hanno accentuato le notevoli doti canore ed interpretative di Zorzi, assoluto mattatore sul palco nella triplice veste di musicista, cantante e attore. Esaltanti gli arrangiamenti di Mauro Bonaldo (basso) cuciti su misura per gli altri musicisti (Andrea Cagnin – chitarra, Lorenzo Turcotte – tastiere, Marco Perin – batteria) che hanno interpretato i migliori brani dei Beatles, colonna sonora portante e notevole valore aggiunto a tutto lo spettacolo. Pregevole l’interpretazione degli attori della Compagnia Arte Povera di Piombino Dese che hanno messo in scena la storia dei due bravi protagonisti Jude (Francesco Zanlungo) e Lucy (Linda Sperindio) e dei loro amici Wal (un ottimo Antonio Toniolo, all’esordio nello spettacolo), Robert (un convincente Pasquale Locurcio) e Jo-Jo (Giacomo Biagetti, il pacifista opportunista e innamorato non corrisposto di Lucy). Bello e allo stesso tempo drammatico il racconto, visto con gli occhi dei giovani di allora in un’America degli anni ’60 divisa e controversa, alle prese con una sanguinaria ed inutile guerra (quella del Vietnam) ed i movimenti pacifisti, nel pieno del boom economico. Perennemente alla ricerca di una propria dimensione, i protagonisti vivono la loro storia di amore e d’ amicizia, provando l’esperienza con le droghe, ribellandosi ad una società i cui valori non sono del tutto condivisi. Degne di nota le nuove coreografie ed i costumi di Monia Masiero col suo giovane ma affidabile corpo di ballo Dance Skyland. Perfetta la calibrazione dei suoni (Matteo Peron) e delle luci (Francesco Giacomello) che hanno reso brillante il tipico sfondo di trachite dell’Arena.

Attenta e curata nel dettaglio la regia di Francesco Boschiero, un giovane che si merita ampiamente i tanti riconoscimenti che gli vengono attribuiti.

Il pubblico si è divertito molto. Lo ha sottolineato applaudendo più volte a scena aperta accompagnando le canzoni con il battito ritmato delle mani. Accorata la doppia ovazione nello stand-up finale.

Favorevole la critica: erano molti gli addetti ai lavori che a fine rappresentazione si sono complimentati con gli artisti ed il regista.

Soddisfazione anche per gli organizzatori (Enrico Daniele ed il Musikkoman Team) che si ripropongono di portare nuovamente a teatro lo spettacolo nella prossima stagione autunno-inverno.