Bacchiglione Beat 2020 – 24a edizione

La manifestazione di musica beat più longeva d’Italia.
di Enrico Daniele.

La pandemia Covid-19 non ferma il Bacchiglione Beat 2020, evento musicale giunto alla 24esima edizione, organizzato dall’inossidabile ex “ragazzo dai capelli verdi” Franco Maria Serena, presidente dell’associazione da cui prende il nome la manifestazione che, senza tema di smentita, è considerata la più longeva d’Italia per la musica di genere.
Dopo il lungo peregrinare negli anni tra i suggestivi palcoscenici dell’Arena Romana, del Portello, con lo splendido palco galleggiante, e del Parco della Musica, quest’anno le cinque serate si terranno al Social Park del Parco Venturini Natale (ex Fistomba) già teatro delle prime edizioni della manifestazione.
Ricco e vario il programma, come da tradizione, che inizierà il primo fine settimana di agosto, sabato 1 e domenica 2, per proseguire venerdì 7 e sabato 8, con la serata conclusiva prevista per martedì 11. I concerti avranno inizio alle ore 20,30 con ingresso libero per tutti.
Un’occasione di ritrovo per artisti, musicisti, cantanti e i tanti appassionati, molti dei quali hanno vissuto in prima persona l’epopea del beat in Italia. Un fenomeno, nato sulla scia del successo dei Beatles che, tra la metà degli anni ’60 e i primi anni ’70, ha visto il fiorire nel nostro Paese di innumerevoli “complessi” (come allora venivano definiti i gruppi) chiamati anche “garage band”, perché le improvvisate sale prova erano costituite essenzialmente dalle autorimesse di casa.
Padova diventò una delle città italiane dove maggiore fu l’interesse e lo sviluppo del beat. Infatti, si contarono più di 200 band, alcune delle quali salirono agli onori delle cronache nazionali ed internazionali. Su tutte ricordiamo i mitici Delfini (Renato Levi Minzi, Franco Capovilla, e Sergio Magri e Mario Pace – con il “quinto” Giorgio Castellani), ma anche I Ragazzi dai Capelli Verdi (Franco Serena, Oliviero Peci, Maurizio Elponti, Paolo Giuffrida e Francesco Stoppa) e i Royals (Gabriele Zambon, i fratelli Enrico e Franco Carbucicchio, Silvano Gaffarelli e Amleto Zennaro).
L’offerta musicale di quest’anno si completa con il rinnovamento della ristorazione al Parco Venturini Natale. Ora la scelta è più ampia e completa e sarà possibile cenare con prenotazione, in ottemperanza alle normative anti Covid-19.
Non è cambiato, invece, il direttore artistico del Social Park che quest’anno ospita lo storico festival beat, Lino Gastaldello, altra mitica figura del panorama musicale padovano con formazioni in auge tra gli anni’80 e ’90. Nel raffinato cartellone del Social Park, oltre al Bacchiglione Beat, nelle serate del martedì e venerdì gli eventi live spazieranno a 360° intorno al jazz, latin, blues, rock & reggae, con l’alternarsi sul palco di numerosi artisti di fama nazionale ed internazionale.

Questo il programma completo delle 5 serate del Bacchiglione Beat 2020:
sabato 1 agosto
Dadson; St. Lorenz Street; Ambaradan Rock Beat; Roccaforte; Emozioni.
domenica 2 agosto
The Acoustic Mood Project; The Black Stars; French & Firebirds; Pythagora; Giuliano Girardi; Lele Zambon & Royal Family.
venerdì 7 agosto
Comandante, Dottore, Presidente; The Electric Shock; The Heartbeat Band; Mirko de Fox; The White Blues; Serena Rock Band.
sabato 8 agosto
Paolo Zulian Concept; I Novecento; Barcollo Ensemble; Silver Band; Pensione Beat con Gigi Barichello.
martedì 11 agosto
Patty’s Friends; The Mope; La Vecchia Maniera; Enzo Scibetta Group; Radio City Stars; Maurizio Boldrin.

Per informazioni:
Segreteria organizzativa
333 1823624 – 348 4726313
Per le prenotazioni ristorazione:
342 8437085

Addio a Little Richard, re del rock and roll

Fra i primi artisti ad interpretare il rock ‘n roll sin dagli anni ’50.
di Enrico Daniele.    

All’età di 87 anni, Richard Wayne Penniman, in arte Little Richard, ha compiuto la sua esistenza terrena sconfitto da un male incurabile. Terzo di dodici figli, era nato a Macon, in Georgia, il 5 dicembre 1932.

È stato uno dei più importanti esponenti del rock ‘n roll. I suoi successi, interpretati con ritmi veloci, percussioni forti, grida, spasmi e gemiti, conditi da uno stile aggressivo e dal look fatto di abiti sgargianti e teste imbrillantinate, hanno influito notevolmente sulla storia musicale sin dai primi anni ’50, caratterizzandone il genere.

Molti i riconoscimenti ricevuti durante la sua carriera, terminata nel 2013 con l’ultima esibizione dal vivo a Las Vegas. Grazie a brani come il famosissimo “Tutti Frutti” (1955), interpretato anche da Elvis Presley, o “Long Tall Sally” (1956),  l’arcinoto “Lucille” (1957) e “Good Golly Miss Molly” (1958), Richard è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame e nella Songwriters Hall of Fame.

Nato artisticamente durante la segregazione razziale, con le sue interpretazioni ha contribuito ad abbattere le barriere tra “bianchi” e “neri” col pubblico che durante le sue esibizioni finiva per mescolarsi, sconfiggendo le proteste delle numerose associazioni segregazioniste presenti in quel periodo in America.

Convertitosi al cristianesimo e diventato predicatore nel 1957 sospese la carriera, per riprenderla qualche anno dopo grazie al supporto dei Rolling Stones e dei Beatles.

Nel 1964, persino Jimi Hendrix venne arruolato nella band di Little Richard e il talentuoso chitarrista mancino di Seattle iniziò a imitarlo anche nel look.

Nel 1967 con una raccolta di esibizioni live entra nella classifica dei 200 album più venduti in America. Tuttavia, il rinnovato successo fece ricadere Richard nello stile di vita orgiastico e vizioso precedente alla sua conversione al fondamentalismo cattolico.

Gli anni ‘70 sono stati caratterizzati dalle esperienze con la droga e da pericolose situazioni che potevano portarlo anche alla morte. Fortunatamente si riprenderà e tornerà ad evangelizzare le folle.

Nel 1987 è in Italia, invitato a “Fantastico 8” dal “Molleggiato”, Adriano Celentano, che proprio agli inizi della sua carriera aveva interpretato le cover di alcuni brani di Richard, e negli anni ‘90 le sue esibizioni si concentrarono soprattutto nel cinema, con alcune comparsate, sino alle ultime esibizioni negli anni 2000.

Jesus Christ Superstar: la più grande opera rock su Gesù compie 50 anni

Uscito in doppio album, diventerà musical, replicato sino ai giorni nostri.
di Enrico Daniele.    

Nel 1970 Andrew Lloyd Webber e Tim Rice, due sconosciuti ragazzi inglesi poco più che ventenni, incisero un doppio album destinato a diventare l’opera rock più famosa nel mondo, da cui venne tratto un musical replicato sino ai giorni nostri.

Webber (23, che compose le musiche) e Rice (20, che scrisse i testi) ebbero l’idea del disco quando erano in vacanza a Ventimiglia dalla zia di Rice. Un’opera straordinaria, che racconta l’epilogo della vicenda umana di Cristo, figlio di Dio fatto uomo, con una visione della passione diversa da quella raccontata dai Vangeli, scritta in un’epoca storica che vedeva imporsi il fenomeno hippy, per questo criticata e amata allo stesso tempo. I testi di Rice danno maggior importanza alle relazioni interpersonali di Gesù: con Giuda, il traditore, e con Maria Maddalena, donna prima peccatrice, poi seguace e palesemente innamorata di Cristo. La trama si esaurisce con la crocifissione di Gesù e non va oltre. Per questa impostazione non convenzionale, lontana dalla versione ufficiale dei Vangeli, il disco fu vittima della censura. Ciò nonostante il doppio vinile non tardò a scalare le classifiche mondiali e diventare un cult.

Conquistato dalla trama, un anno dopo il produttore australiano Robert Stigwood produsse il musical, in scena a Brodway dove divenne uno dei più grandi successi e nel 1973 realizzò il film, per la regia di Norman Jewinson, girato principalmente nel deserto del Negev, in Israele.

Nel 1974, dopo l’approvazione della commissione di valutazione film della Cei, arrivò in Italia ad affascinare i giovani e il loro spirito di libertà.

In questa Pasqua, confinata dall’emergenza coronavirus, si è fermato il tour commemorativo per i 50 anni del musical. In soccorso ai cultori dell’opera, viene proposto da sir Andrew Lloyd Webber sul suo canale youtube. Anche Stefano Bollani ha rivisitato a suo modo il capolavoro, in versione strumentale per solo piano, nell’album “Piano Variations on Jesus Christ Superstar”, uscito da poco. Il regista Massimo Romeo Piparo, autore di una applauditissima versione in scena in Italia per oltre 20 anni, dal 2014 con l’originale interprete di Gesù, Ted Neeley, vorrebbe ripresentare l’opera nel 2021.

Jesus Christ Superstar (album, 1970)
Genere: art rock – progressive rock
Interpreti principali:
Ian Gillan: Gesù Cristo
Murray Head: Giuda Iscariota
Yvonne Elliman: Maria Maddalena
Victor Brox: il sommo sacerdote Caifa
Barry Dennen: Ponzio Pilato
Brian Keith: sacerdote Anna
John Gustafson: Simone Zelota
Paul Davis: Simon Pietro
Mike D’Abo: Re Erode

Mina, una giovane tigre di 80 anni

Immensa, unica, voce immortale, la “Tigre di Cremona” spegne oggi 80 candeline.
di Enrico Daniele.    

È un compleanno speciale quello che festeggia oggi Mina Anna Maria Mazzini (Busto Arsizio 25 marzo 1940), considerata la più grande voce italiana di tutti i tempi. Speciale perché segna la sua seconda vita, dopo la prima, conclusasi con il ritiro dalle scene nel lontano 1978, a soli 38 anni.

Stanca della popolarità che la stava soffocando, per i tanti impegni che la vedevano protagonista in radio, televisione, nei locali più prestigiosi d’Italia e nel mondo, Mina decise di ritirarsi nell’agosto del 1978, lontana dai riflettori, dai giornalisti e paparazzi sempre alla ricerca di particolari piccanti della sua vita privata, scoop e flirt, il più delle volte inventati.

Ma non di smettere di cantare.

Mina agli esordi, quando si faceva chiamare “Baby Gate”

Nei successivi 42 anni, infatti, la “Tigre di Cremona” (appellativo che pare fu coniato per lei negli anni sessanta dall’amica giornalista e scrittrice Natalia Aspesi, sua conterranea) non ha mai smesso di regalare al suo pubblico la magnificenza della sua voce. Inconfondibile, dotata di una notevole estensione unita ad una formidabile capacità interpretativa, ha consentito a Mina di rimbalzare agevolmente e con straordinario successo tra i diversi generi musicali, spesso assai distanti tra loro.

Una carriera cominciata quasi per caso, nell’estate del 1958. Mina era in vacanza come ogni anno con la famiglia in Versilia e, sollecitata dagli amici, salì sul palco della mitica Bussola di Sergio Bernardini. Una prima volta che lasciò tutti sbalorditi, per primo lo stesso Bernardini che nelle serate a seguire faticherà a contenere l’irruenza artistica della “Mina urlatrice”, come verrà in seguito definita dalla stampa di allora assieme ad altri cantanti emergenti dell’epoca: Adriano Celentano, Little Tony, Giorgio Gaber, Betty Curtis.

Dalla Bussola in Versilia al successo televisivo di “Baby Gate” (il suo primo pseudonimo): un salto enorme, non per Mina, che debutta nientemeno a “Lascia o raddoppia” di Mike Buongiorno nel marzo del 1959 e successivamente invitata da Mario Riva nel popolarissimo spettacolo “Il musichiere”, dove ripropone “Nessuno”, il suo primo successo. Con lo stesso brano partecipa a “Canzonissima 1959” e riceve i primi riconoscimenti (“Juke Box d’oro” e “Microfono d’oro”) che le aprono la strada per gli anni sessanta, quando arriverà la sua definitiva consacrazione.

Il debutto al “Festival di Sanremo” nel 1960 e nel 1961 la cocente delusione per un inaspettato quarto posto segna anche la fine delle apparizioni di Mina al Teatro Ariston.

Tuttavia, per lei si aprono le porte dei palcoscenici internazionali: Spagna, Giappone, Venezuela, Francia, Austria, Argentina. Nel 1962 un sondaggio la ritiene la cantante del momento più pagata d’Europa.

Ma il successo ha un suo prezzo.

Lo “scandalo”: Mina con Corrado Pani, padre di Massimiliano

Infatti, dopo la nascita di Massimiliano nell’aprile del 1963, figlio avuto da una relazione con l’attore Corrado Pani (che era sposato con l’attrice Renata Monteduro), la stampa mette in atto un accanimento mediatico senza precedenti, alimentato dall’Italia bacchettona di quei tempi.

Uscita temporaneamente per lo scandalo dalle scene televisive, vi farà ritorno solo nel 1964 alla “Fiera dei Sogni”, cui seguiranno le indimenticabili conduzioni di “Studio Uno”. Celebre la puntata con Alberto Sordi dove l’attore romano (del quale si ricorda quest’anno i cento anni dalla nascita) si rivolgerà a Mina con una frase rimasta negli annali della tv: “Quanto sei bella… sei la più grande cantante del mondo. Sei grande grande grande…sei ‘na fagottata de roba”.

Alberto Sordi e Mina a Studio Uno (ph. RAI)

Nel 1968 un’affermatissima e popolarissima Mina conduce “Canzonissima” in coppia con Walter Chiari e Paolo Panelli. Vera regina del sabato sera, presenta in seguito “Teatro 10” (1972) e “Millelluci” (1974).

Gli anni settanta segnano per lei altri successi. Nel 1975 una delle pietre miliari nella storia musicale di Mina: esce la stupenda, scandalosa, “L’importante è finire”, e nell’estate del 1978 l’altrettanto scabrosa “Ancora ancora ancora”, pezzi entrambi scritti per lei da Cristiano Malgioglio. L’esibizione in tv di quest’ultima, sigla del programma Mille e una luce”, subisce la scure della censura, che ne limita i particolari sulla bocca di Mina, e di fatto segna il suo addio alla televisione.

Un’immagine di Mina degli anni ’70

Da lì a poco la sua ultima esibizione dal vivo, da dove era partita: il 23 agosto 1978 l’ultimo concerto al “Bussoladomani” in Versilia.

Per assurdo, scomparsa dalle scene, Mina ha continuato a far parlare di sé e, probabilmente, ad aumentare la sua popolarità anche in coloro che non hanno mai potuto apprezzarla dal vivo.

Enormi i successi, anche dopo il ritiro. Impossibili elencarli tutti, come impossibile ricordare i duetti con i più grandi cantanti ed interpreti italiani ed internazionali. Una enormità la vendita discografica costituita da più di 150 milioni di dischi, divisi in 72 album in studio, 3 dal vivo, 40 raccolte, 17 EP, 145 singoli, 6 album video e 5 colonne sonore.

Le uscite discografiche più recenti di Mina: gli album “Maeba” (2018), ”Mina Fossati” (2019) e il brano “Luna diamante” inserito nella colonna sonora del film “La dea fortuna” di Ferzan Özpetek.

Lucio Dalla, 4 marzo 1943

Una delle canzoni più amate del cantautore bolognese, scomparso il 1° marzo 2012
di Enrico Daniele

Oggi, Lucio Dalla avrebbe compiuto 77 anni. Infatti, lo straordinario ed eclettico cantautore era nato a Bologna il 4 marzo del 1943.
La sua morte improvvisa, per infarto, era avvenuta nella notte del 1° marzo 2012 a Montreux, cittadina Svizzera affacciata sul Lago di Ginevra, dove Dalla si era esibito la sera prima.

4 marzo 1943”, contrariamente a quanto si possa pensare, non è una canzone autobiografica. Scritta in collaborazione con Paola Pallottino (della paroliera romana altri famosi brani di Dalla: “Il gigante e la bambina”, “Il bambino di fumo”, “Un uomo come me” e “Anna Bellanna”) racconta la storia di una ragazza madre, rimasta incinta per un amore passeggero con un soldato alleato.

Prima dell’uscita al Festival di Sanremo del 1971, cantata anche dall’Equipe 84 e classificatasi terza, la canzone subì la pesante scure della censura sia nel titolo, inizialmente “Gesubambino”, che nel testo. Il brano, nella stesura originale, era stato presentato da Dalla nel dicembre del 1970 al Duse di Bologna, dove la frase “E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino” era invece “E anche adesso che bestemmio e bevo vino, per ladri e puttane sono Gesù Bambino”.

Sono molte le versioni della canzone.
All’estero è stata portata al successo da Maria Betania e Chico Buaque de Hollanda, nei paesi di lingua spagnola. Una versione fu cantata anche da Dalida e un’altra da Francesco De Gregori che la pubblicò col testo originale nell’album “Sotto il vulcano”.

4 marzo 1943” resta uno dei brani simbolo che, al pari dello zucchetto di lana e degli occhiali tondi, rappresentano l’icona caratteristica del grande e amato cantautore bolognese.

Il testo di “4 marzo 1943”:

Dice che era un bell’uomo e veniva, veniva dal mare
parlava un’altra lingua, però sapeva amare
e quel giorno lui prese a mia madre, sopra un bel prato
l’ora più dolce, prima d’essere ammazzato.

Così lei restò sola nella stanza, la stanza sul porto
con l’unico vestito, ogni giorno più corto
e benché non sapesse il nome e neppure il paese
mi aspettò come un dono d’amore, fino dal primo mese.

Compiva sedici anni, quel giorno la mia mamma
le strofe di taverna, le cantò a ninna nanna
e stringendomi al petto che sapeva, sapeva di mare
giocava a far la donna, col bambino da fasciare.

E forse fu per gioco, e forse per amore
che mi volle chiamare, come Nostro Signore
della sua breve vita il ricordo, il ricordo più grosso
è tutto in questo nome, che io mi porto addosso

e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino
per la gente del porto io sono, Gesù Bambino
e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino
per la gente del porto io sono, Gesù Bambino.

Tina Turner, 80 e non sentirli

Il compleanno della diva del pop-rock
di Enrico Daniele

Nata il 26 novembre del 1939 a Nutbush nel Tennessee, Tina Turner, al secolo Anna Mae Bulluck, è senz’altro una delle artiste più famose della scena musicale pop – rock internazionale. In attività sin dai primi anni sessanta, ha calcato assiduamente i palcoscenici di tutto il mondo sino al 2009, anno in cui ha deciso di ritirarsi dopo aver realizzato 20 album.

Nel 1976 la svolta nella sua vita personale ed artistica è segnata dalla fine del connubio con Ike Turner, partner violento dal quale erediterà solo il cognome d’arte. Dopo la separazione, una serie di insuccessi non piegano la volontà e la tenacia di Tina che ricomincia da zero e costruisce la sua rinascita verso la fine degli anni settanta, dopo l’incontro con il manager Roger Davies, passando dall’immagine di diva sexy a quella di star della musica. Inizia così l’attività internazionale al seguito di Rod Stewart, al quale apre i concerti e grazie a David Bowie ottiene un contratto con la Capitol Records, arrivando alla consacrazione internazionale nel 1984 con l’album Private Dancer.

La seconda metà degli anni ottanta è forse il periodo più fulgido della star, che arriverà ai vertici delle classifiche sia con la partecipazione a USA For Africa, il supergruppo che incise la canzone We Are The World i cui proventi saranno devoluti in beneficenza, ma anche con il tema portante del film Mad Max – Oltre la sfera del tuono di Mel Gibson, raggiungendo l’apice con il singolo The Best, forse il brano che più la identifica.

Negli anni novanta il successo arriva tramite il film autobiografico Tina – What’s Love Got to Do with It, dove canta la colonna sonora, e così sarà per Golden Eye, colonna sonora della diciassettesima avventura di James Bond.

Il ritiro dalle scene a fine 2009, non prima di festeggiare i suoi cinquant’anni di carriera con l’esibizione dal vivo nel Tina!: 50th Anniversary Tour.

Nel corso della sua carriera artistica ha collaborato duettando con Mick Jagger nel Live Aid, esibendosi in concerti con Bryan Adams, Rod Stewart, Elton John, David Bowie, Bono, Eric Clapton, Barry White e Mark Knopfler. In Italia è stata ospite fissa nello show del sabato sera di Rai 1 Luna Park, ospite al Festival di Sanremo e partner in duetti con Eros Ramazzotti ed Elisa.
Cittadina svizzera dal 2013 si è dichiarata buddista.

Esempio artistico per molti cantanti che si sono ispirati al suo modo di stare sulla scena, dove sofferenza, passione, tenacia e grande vocalità hanno reso intramontabile il mito vivente della Turner. Lei non appare più sulle scene, ma per lei parlano le sue canzoni, interpretate con la sua voce inconfondibile, la sua grinta, pietre miliari della musica pop-rock internazionale.

Mina duetta con Fossati

In uscita un inedito album scritto dal cantautore genovese
di Enrico Daniele

In comune, Mina e Ivano Fossati, oltre che essere due nomi noti della canzone italiana, hanno anche la prematura scelta di abbandonare le scene.

Poco propensi alla vita pubblica e mondana, ma entrambi con una notevole carriera artistica alle spalle, i due artisti ad un certo punto decidono di dire basta col palcoscenico. Come i Beatles, stanchi e “impauriti” dalle folle oceaniche che li inseguivano ai loro concerti ad ogni angolo del mondo.
Mina all’apice del successo, decise di farlo nel 1978, lasciando sbigottiti i tanti ammiratori. Fossati più avanti, nel 2011, probabilmente perché non si riconosceva più, come artista, nel modo di fare musica di oggi.

Stimolato dall’invito di Mina, il cantautore genovese non ha saputo rifiutare: “Ho smesso, ma a lei non potevo dire di no. Non cambio la mia decisione: niente dischi, niente concerti – chiosa Fossati – ma nessun musicista sano di mente avrebbe detto di no a Mina”.

Ecco allora che scrive gli undici brani per un nuovo album in uscita il 22 novembre per la Sony Music, intitolato MinaFossati, cantati in duetto con la più grande interprete italiana di tutti i tempi.
Qualche “contatto”, in verità, in passato tra i due c’era stato: Mina aveva interpretato alcuni brani di Fossati (Stasera sono qui, Non può morire un’idea, Matto, Cowboys e La casa del serpente); a sua volta il cantautore compariva, per un doveroso omaggio alla cantante, nel finale di “Notturno alle tre”, altro suo brano cantato da Mina.

E se di Mina tutti conosciamo l’infinito talento di interprete, di Fossati, dopo l’esordio sanremese nel 1972 con “Iesael” dei Delirium, in molti dimentichiamo i successi delle canzoni scritte per Patty Pravo (Pensiero stupendo), Anna Oxa (Dedicato, Non sono una signora), Loredana Bertè (Traslocando). A Mina era destinato “E non finisce mica il cielo” che invece divenne un must di Mia Martini con la quale Fossati visse anche una complicata storia sentimentale per essere poi definito, dalla brava e sfortunata cantante calabrese, il suo “amore più grande”.

Di Fossati sono le musiche di “Anime salve”, ultimo capolavoro di De André. Come solista il suo brano più noto resta sempre “La mia banda suona il rock”, ma molti altri ne ha scritti e cantati per un pubblico di nicchia, il suo, avulso dagli stilemi degli altri cantautori contemporanei all’artista.

Dopo i duetti con Celentano, ecco che Mina si ripresenta ai propri fans in coppia con Fossati per un’opera che unisce due voci tanto diverse quanto belle, unitamente ai testi di indubbia qualità.

La tracklist dell’album Mina Fossati
1. L’infinito di stelle
2. Farfalle
3. Ladro
4. Come volano le nuvole
5. La guerra fredda
6. Luna diamante
7. Tex-Mex
8. Amore della domenica
9. Meraviglioso è tutto qui
10. L’uomo perfetto
11. Niente meglio di noi due

Yesterday, una surreale storia d’amore e di musica

L’ennesimo omaggio ai Beatles…con sorpresa finale.
di Enrico Daniele

È uscito nelle sale italiane il 26 settembre Yesterday, commedia musicale surreale, ennesimo tributo ai Beatles, diretto dall’inglese Danny Boyle, regista Premio Oscar per “The Millionaire”, ed interpretato dall’ attore e musicista britannico di origine indiane Himesh Patel, nella parte del protagonista Jack Malik.

Commesso in un grande magazzino, Jack ha la passione per la musica e, stimolato dalla sua manager e amica d’infanzia (una graziosa Lily James – nel ruolo di Ellie Appleton, innamorata non corrisposta da Jack), si sforza di suonare nei pub di provincia, perlopiù davanti ai soliti quattro amici. All’uscita da un locale dopo l’ennesima sfortunata esibizione un improvviso, quanto improbabile, blackout spegne letteralmente il mondo intero per alcuni secondi, durante i quali Jack viene travolto in bicicletta da un autobus, ma fortunatamente si salva.

Uscito dall’ospedale, inspiegabilmente Jack pare essere l’unico al mondo a ricordare le canzoni dei Beatles. Pensa così di riscriverle e farle passare per sue, in una sorta di personale rivincita. Il fato, benevolo una prima volta per averlo salvato da morte sicura, gli riserva un’altra sorpresa. Casualmente, dopo una esibizione in una tv locale, nientemeno che Ed Sheeran (che interpreta se stesso nel film ed ha sempre trovato nei Beatles la maggior ispirazione per la sua musica) lo contatta invitandolo ad aprire un suo imminente concerto a Mosca.

Il successo è immediato al punto tale che sarà lo stesso Sheeran ad “inchinarsi” al talento cristallino di Jack.

Il film corre veloce e divertente sui brani dei Beatles (cantati e suonati veramente da Malik/Patel, scelto appunto per la sua capacità di interpretare con pathos e realismo i successi dei Fab Four), incrociando l’ascesa artistica di Jack – che diventa una star mondiale – con la definitiva rassegnazione di Ellie, che si fidanza con un altro.

Ma il colpo di scena è dietro l’angolo e arriva puntuale.

Dopo un mega concerto sul tetto di un hotel in riva al mare di Gorleston, davanti ad una sterminata folla di fan (palese il richiamo all’ultimo famoso concerto dei Beatles sul tetto della Apple Corps) due di loro entrano nel camerino di Jack e gli confessano di conoscere loro stessi i Beatles, ringraziandolo però per aver regalato al mondo le loro canzoni. I due si congedano consegnandogli un biglietto.

Nel frattempo, Sheeran con Debra Hammer (famelica produttrice interpretata da una cinica Kate McKinnon), organizzano per Jack il concerto della sua definitiva consacrazione artistica allo stadio Wembley al termine del quale, però, avviene il “crollo psicologico”. Infatti, Jack confessa a tutti la verità, tuttavia ottenendo il consenso inaspettato e l’applauso commosso dei fan.

Finalmente liberato dai vincoli di un successo, cercato in tutti i modi, ma che lo stava inesorabilmente ingabbiando in un mondo che non sentiva come suo, Jack si reca all’indirizzo indicato nel biglietto consegnatogli dai due fan di Gorleston ed incontra nientemeno che…

Come nelle migliori storie d’amore, il film chiude in bellezza. Jack finalmente si accorge del trasporto di Ellie, innamorata di lui sin dai tempi dell’infanzia. I due si concedono l’un l’altro ritornando poi alla loro vita normale. Lei ad insegnare matematica, lui a realizzare il suo vero sogno: insegnare musica ai bambini.

Con un budget stimato intorno ai 26 milioni di dollari, 10 dei quali per ottenere i diritti dalla Apple Records e Sony/ATV Music Publishing, il film distribuito dalla Universal Pictures era stato presentato in anteprima al Tribeca Film Festival nel maggio di quest’anno e in luglio al Taormina Film Fest.

Le riprese erano iniziate nell’aprile del 2018 ed originariamente, la parte di Ed Sheeran era stata offerta a Chris Martin – frontman dei Coldplay, che la rifiutò. Ringo Starr, preventivamente informato assieme a McCartney e alle vedove di Lennon ed Harrison, definì l’idea del film “adorabile”.

La critica si è espressa in maniera del tutto positiva ed il film è stato candidato al Peoples’s Choice Awards 2019 (premio statunitense assegnato dalle votazioni del pubblico al miglior film commedia) e al Saturn Award 2019 (che premia il miglior film fantasy). Positivi anche gli incassi al botteghino: agli inizi di settembre erano a quota 142,2 milioni di dollari nel mondo.

I 50 anni di Abbey Road

L’ultimo atto dei Beatles, che avevano ancora molto da dire.

di Enrico Daniele

Esce oggi per Apple Corps Ltd./Universal Music, in versione rimasterizzata e con molte tracce inedite, Abbey Road, l’ultimo capolavoro dei Beatles uscito nella versione originale il 26 settembre 1969.

L’album con la famosa copertina che ritrae i quattro di Liverpool attraversare la strada in fila indiana sulle strisce pedonali di Abbey Road, fuori dagli studi di registrazione della EMI Records, rimane forse il più bello dei Beatles, il penultimo in studio, ma l’ultimo registrato insieme da Lennon, McCartney, Harrison e Starr. Dopo l’uscita di Abbey Road, le strisce pedonali di quella strada sono diventate uno dei luoghi universalmente più fotografati, tutelati come un monumento storico e visitati ogni anno da migliaia di fan dei Beatles. Grazie al grande successo dell’album, gli studi della EMI vennero addirittura ribattezzati Abbey Road Studios, diventando lo studio di registrazione più famoso al mondo.

L’opera esce in molti formati (Box Super Delux, Delux Vinyl Box limited edition, Deluxe 2CD, 1CD 1 LP e una edizione limitata da 1LP Picture Disc con nei due lati raffigurata la storica cover di Abbey Road) e contiene il nuovo stereo mix, realizzato direttamente partendo dalle otto tracce dei nastri originali, mixati da Giles Martin (figlio di George, il produttore considerato a pieno titolo il “quinto Beatles”) e Sam Okell, che insieme hanno lavorato con un team di esperti ingegneri e specialisti del restauro del suono agli Abbey Road Studios.

All’epoca, era il 1969, i Beatles litigavano praticamente su tutto, facendo emergere rancori covati per anni, ma costretti per esigenze contrattuali a far uscire un album.

In queste condizioni, difficilmente qualcuno ci sarebbe riuscito. Non i Beatles, chiamati a raccolta da Paul McCartney che aveva in precedenza contattato George Martin. Insieme, messi da parte i vecchi rancori, sfornarono uno dei risultati migliori di sempre.

“Come Together” di John Lennon apre l’album dove l’impronta più forte è lasciata però da George Harrison con la meravigliosa “Something” e con “Here Come The Sun”. Ringo Starr mette il suo sigillo con “Octopus’s Garden”, un brano “italiano” scritto durante una vacanza solitaria in Sardegna. Tuttavia, è Paul McCartney a caratterizzare il lato B dell’album con un medley di 16 minuti, in una vera e propria “opera rock”. Il finale è un assolo di batteria di Ringo: quel “The End” con la sola semplice frase “And In The End, The Love You Take Is Equal To The Love You Make”

Una “anniversary edition” che non può mancare nella discoteca di tutti gli appassionati dei Beatles.

La tracklist di Abbey Road
Lato A
Come Together (Lennon-McCartney) – 4:20
Something (Harrison) – 3:03
Maxwell’s Silver Hammer (Lennon-McCartney) – 3:27
Oh! Darling (Lennon-McCartney) – 3:26
Octopus’s Garden (Starkey) – 2:51
I Want You (She’s So Heavy) (Lennon-McCartney) – 7:47

Lato B
Here Comes the Sun (Harrison) – 3:05
Because (Lennon-McCartney) – 2:45
You Never Give Me Your Money (Lennon-McCartney) – 4:02
Sun King (Lennon-McCartney) – 2:26
Mean Mr. Mustard (Lennon-McCartney) – 1:06
Polythene Pam (Lennon-McCartney) – 1:12
She Came In Through the Bathroom Window (Lennon-McCartney) – 1:57
Golden Slumbers (Lennon-McCartney) – 1:31
Carry That Weight (Lennon-McCartney) – 1:36
The End (Lennon-McCartney) – 2:19
Her Majesty (Ghost Track – Lennon-McCartney) – 0:23

Woodstock, nel 2019 compie 50 anni

Nel 2019 saranno 50 anni, mezzo secolo esatto, da quel 1969 quando tra il 15 ed il 18 agosto nell’area di Bethel, nei pressi della cittadina di Woodstock nello stato di New York, si tenne il più celebre concerto rock di tutti i tempi.

Ma la notizia vera è che ci potrebbe essere una Woodstock 2019. Così almeno si apprende dalle pagine del Corriere della Sera, secondo cui uno degli organizzatori che all’epoca aveva 25 anni, Michael Lang, starebbe lavorando ad una riedizione del festival che ha segnato un’intera generazione, contestatrice e dibattuta tra il sogno americano della conquista dello spazio e l’immane ed inutile disastro causato dalla guerra in Vietnam.

L’evento dovrebbe essere in programma per l’estate prossima più o meno negli stessi luoghi dove si svolse quello che, nelle intenzioni di Lang e dei suoi soci, doveva essere un festival di provincia, che invece assunse carattere straordinariamente mondiale.

Nelle librerie anche un volume, Woodstock Live-50 anni, edito da Mondadori e scritto da Julien Bitoun, scrittore-musicista francese, che descrive dettagliatamente quel fantastico fine settimana, raccontando artisti ed esibizioni, con dettagli e foto mai viste. La prefazione è proprio di Lang che, tuttavia, si rammarica perché oggi l’America sembra tornata indietro ed è come si avesse a che fare con le stesse storie di allora, come se non avessimo capito la lezione.

All’epoca salirono sul palco personaggi che erano già al top nella musica come Jimi Hendrix, Janis Joplin, The Who, Jefferson Airplane, Joan Baez o che lo sarebbero diventati da lì a poco, come ad esempio i Santana. Ma ci furono anche defezioni illustri come i Led Zeppelin, i Beatles con John Lennon, uno dei principali nomi tra i pacifisti. Mancarono Bob Dylan tra i tanti che offriva il panorama musicale di allora. Ma oggi, chi salirebbe sul palco?

Molto diverso il contesto attuale rispetto al 1969 e diverse le motivazioni che spingerebbero gli artisti ad esibirsi. Allora il rock era un motore che guidava il cambiamento, oggi non è più così. Ad ogni modo esistono alcuni sopravvissuti a quell’epoca che potrebbero dire la loro: Carlos Santana, Neil Young, Roger Daltrey e Pete Townshend, per citarne alcuni. Ma anche altri musicisti che allora erano assenti e che avrebbero oggi una buona ragione per dire la loro in un evento del genere, oltre alle nuove generazione e ci riferiamo, ad esempio, agli U2, Foo Fighters, Pearl Jam, Bruce Springsteen, Guns N’Rosis. Inevitabile, la contaminazione di vari generi, non solo rock quindi, con riferimento al metal e al grunge.

In conclusione, c’è da riflettere in merito al contesto e alle motivazioni che ispirarono il concerto di allora su quello che, invece, oggi potrebbe sembrare una mera operazione commerciale. La speranza è che comunque la manifestazione si realizzi e che artisti e pubblico possano rispettare i principi alla base del festival originario, ma anche perché l’evento sia foriero di nuovi stimoli ad un panorama musicale odierno che sembra avere bisogno della qualità che seppe esprimere quel Woodstock.