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Interpreti, canzoni e musiche generate dall’AI.

Meglio questi o le proposte in carne ed ossa? Il fenomeno Sienna Rose.

di Enrico Daniele

(immagine di copertina: Sienna Rose)

Premetto che ho “una certa età” e, si sa, più avanti vai con gli anni, meno riesci a sopportare un po’ tutto…in questo caso, la musica.
Mi riferisco a quella che ci propinano la maggior parte delle emittenti radiofoniche: la rap, la trap…e tutta quella che io chiamo “rumore spazzatura” fatta di testi a volte omofobi o irrispettosi soprattutto nei confronti delle donne; musiche “suonate” da “non strumenti” per non parlare delle “mise” con le quali gli interpreti si presentano in pubblico. Certo su quest’ultimo aspetto ci sarebbe da aprire un capitolo a parte ma non è questo il tema.
Non sono un esperto in fatto di musica, semplicemente un appassionato. Sin da piccolo in casa mia si è sempre ascoltata musica – e si ascolta tutt’ora – dalla classica alle “canzonette” di una volta, sino alle attuali.
Non sono nemmeno un musicista: ho provato da giovane, ma non ero portato, diversamente da mio figlio che suona praticamente tutto ciò che emetta un suono.
Mi piacciono i concerti dal vivo, anche quelli dei gruppi amatoriali, e mi diletto ad intrattenere gli amici alle feste con una consolle dj.
Detto questo, i miei giudizi sulla musica sono assolutamente personali e quindi soggetti alla qualsivoglia critica, che accetto volentieri, a prescindere.

Veniamo al dunque.
Nel ricercare in rete dei brani da inserire nelle mie play list dance, qualche tempo fa mi sono imbattuto per caso in canzoni che si rifanno all’ R&B, al funky e al soul degli anni 70-80, molto ritmati e ballabili. Per intenderci, quelli che andavano per la maggiore in discoteca a quel tempo.

Leggo i nomi degli interpreti e cerco di approfondirne la conoscenza, più che altro perché non ne avevo mai sentito parlare, nemmeno in radio. Alla fine, scopro che c’è lo zampino dell’AI: brani, testi e copertine generati artificialmente e interpreti assolutamente inesistenti.
Tuttavia, i brani sono orecchiabili, musicalmente godibilissimi, ballabili (dei testi non saprei dirvi – ma se tanto mi da tanto…).

Incuriosito, cerco ancora notizie in rete e ne trovo una, fresca di qualche giorno. Riguarda un’interprete: tale Sienna Rose, cantante soul-jazz che spopola su Spotify ma che nessuno ha mai visto. I giornali ci informano che ha tre brani nella Viral Top 50 di Spotify e oltre 5 milioni di ascolti per un singolo, la ballad “Into The Blue(ascoltatela qui per farvi un’idea)
Sui social nessuna traccia di Sienna Rose, un’anomalia di questi tempi. Non si trovano concerti dal vivo, nessun video ufficiale ma, in poco più di due mesi, sulle piattaforme streaming sono stati caricati quasi 50 suoi brani. Un’enormità in così breve tempo.
In rete si fantastica sull’artista, evidentemente generato dall’AI, e il pubblico si divide tra apprezzamenti e sdegno.
Si scopre anche che in Svezia è stato rimosso dalle hit parade un brano del cantante Jacub, dopo aver capito che era inesistente, un prodotto dell’AI.
Per l’industria di settore l’AI è una vera e propria manna: i proventi dagli ascolti degli interpreti AI sono altissimi, a fronte di costi assolutamente irrisori, rispetto a quelli generalmente corrisposti agli artisti in carne ed ossa.
Il dibattito si accende e i puristi puntano il dito sulla qualità: quella generata dall’AI, ad un attento ascolto, è piena di difetti a loro dire.

Ok, dico io. Ma per la gente comune, quella che generalmente ascolta la musica come sottofondo mentre fa jogging o in palestra, o l’ascolta con le cuffiette smanettando contemporaneamente sullo smartphone, che valore ha la qualità?

Quanti di noi ascoltano la musica da un sofisticato impianto hi-fi tale da poter discernere i brani generati dall’AI e da quelli tradizionalmente realizzati?

Il confronto, allora, viene spontaneo: meglio la musica e gli artisti generati dall’AI o quella proposta da cantanti in carne ed ossa? …Con o senza l’auto-tune, aspettando Sanremo.